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Facebook: i membri dei Gruppi sono stati a rischio

Fino a 100 sviluppatori potrebbero aver effettuato l'accesso in modo improprio alle informazioni relative agli utenti iscritti ai Gruppi di Facebook.

E' con un post firmato da Konstantinos Papamiltiadis (Director, Platform Partnerships) e condiviso sul proprio blog ufficiale che Facebook cerca di far luce sull'ennesima spinosa questione che riguarda la privacy dei suoi utenti. Questa volta si parla di circa 100 sviluppatori che avrebbero avuto la possibilità di consultare in modo non autorizzato una serie di informazioni relative ai membri dei Gruppi.


Facebook: i membri dei Gruppi e la privacy
Almeno 11 accessi sarebbero avvenuti negli ultimi due mesi. Questo nonostante i cambiamenti introdotti nell'aprile dello scorso anno alle API proprio con l'obiettivo di evitare situazioni di questo tipo, anche in conseguenza all'esplosione del caso Cambridge Analytica. Stando a quanto messo nero su bianco dall'intervento di Papamiltiadis, ora il social network ha definitivamente risolto la questione.

Tutto ruota attorno al fatto che gli amministratori dei Gruppi possono utilizzare strumenti di terze parti per la gestione, fornendo a questi ultimi l'accesso ad alcune informazioni relative all'attività svolta dagli iscritti. Secondo le regole introdotte nel 2018 agli sviluppatori non è permesso consultare dati come nomi e immagini profilo. Ciò nonostante, una recente revisione condotta da FB ha individuato la pratica, attribuendone la responsabilità ad alcune applicazioni esterne alla piattaforma.

Non ci sono prove che dimostrano abusi. In ogni caso Facebook afferma di aver chiesto l'immediata cancellazione di quanto raccolto in modo non consentito. Non è dato a sapere quali siano le app coinvolte: si parla in generale di tool per il "social media management" per il "video streaming", progettate con l'obiettivo di semplificare l'amministrazione dei Gruppi.

Attualmente ogni applicazione che desidera interagire con la Groups API offerta dal social network deve prima ottenerne l'esplicita autorizzazione. Una misura che però, a quanto pare, finora non si è rivelata sufficiente a garantire un adeguato livello di protezione per la privacy degli utenti.
tratto da www.punto-informatico.it
di Cristiano Ghidotti

 

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