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Facebook, quali sono i vantaggi "indiretti" di tracciare gli utenti

La raccolta delle informazioni consente di indovinare tendenze di mercato con largo anticipo. Ecco perche' l’azienda non cambia strategia

Come ha fatto Facebook a capire cosa sta succedendo sul mercato prima degli altri? Per esempio, come ha fatto a fiutare nel 2014 che WhatsApp stava avendo veramente successo e a investire quasi venti miliardi di dollari per acquistarlo?

Perché riuscire a capire un fenomeno globale su internet è estremamente difficile. La rete è gigantesca e nessuno tra coloro che gestiscono i punti di accesso e gli snodi ha un punto di vista così vantaggioso. Ma se qualcuno avesse un occhio da grande fratello sulla maggior parte degli apparecchi utilizzati per navigare e interagire sulla rete, e potesse raccogliere i dati, le tendenze diventerebbero tutt'altra cosa. Non più focus group, ma big data. Questa è una spiegazione molto semplice per capire come mai Facebook insista con una serie di mosse e manovre pessime dal punto di vista dell'immagine.

Lo scorso anno si contano almeno 21 "scandali" o "momenti di comunicazione non positiva" (come dicono gli esperti di pubbliche relazioni aziendali) per Facebook.

Dal caso Cambridge Analytica alla scoperta degli accordi "speciali" con aziende e governo russo, fino alle audizioni davanti al congresso degli Stati Uniti e in Europa. Uno ogni due settimane e mezzo. Un incubo che qualsiasi direttore della comunicazione farebbe tutto per evitare o almeno per ridurre. E il 2019 non promette niente di meglio, nonostante poco più di un anno fa Mark Zuckerberg abbia promesso che, come sua personale sfida per il 2018, avrebbe "aggiustato" l'azienda che ha creato ancora studente universitario nel 2004.

Oppure scoprire che l'azienda ha utilizzato il certificato digitale aziendale emesso da Apple per consentire di rilasciare app pensate per i dipendenti invece per creare app che osservano, registrano e misurano tutti i comportamenti degli utenti che le installano. Utenti per la maggior parte minorenni, che venivano pagati per installare le app in questione. Per un breve periodo c'è stato un tentativo di difesa mediatica di Facebook cercando di giustificare la manovra come una specie di "libertà di parola e di pensiero" rispetto al regime di chiusura di Apple (che aveva prontamente revocato il certificato), salvo poi scoprire che la mossa del social network violava in realtà tutti i possibili accordi sottoscritti con Apple e la buona fede degli utenti, che non avevano idea fino a che punto i loro dati venissero registrati.

La domanda più semplice, per uno scivolone come questa, è: ma perché? Perché Facebook sente il bisogno di continuare a elaborare piani così articolati per raccogliere dati? Insomma, perché Facebook non riduce un po' le sue ambizioni smisurate? La società è in attivo, i conti vanno bene, il titolo sale.

La soluzione è facile: acchiappare la maggior parte dei dati su un utente non consente solo di avere vantaggi diretti dalla monetizzazione degli stessi, ma anche vantaggi indiretti. Per esempio, capire cosa succede su internet prima degli altri e muoversi con il giusto anticipo. Sui mercati tradizionali questo tipo di comportamento non è consentito: gli antitrust esistono apposta per sanzionare le aziende che abusano della propria posizione di monopolio o dominante. Ma nel web tutto diventa digitale, non è più fatto di atomi. La sostanza dei comportamenti, però, cambia?
Tratto da www.wired.it

 

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