SE NE SONO già andati in più di 100.000. L'ultimo contingente di 4.000 uomini è entrato in Kuwait poche ore fa, in silenzio di notte. Gli ultimi 50.000 soldati americani dopo sette anni e sei mesi di conflitto lasceranno Bagdad e le sue province entro il 2011 ma da ieri anche se la scadenza ufficiale è il 31 agosto, hanno già smesso di fare la guerra, diventeranno invisibili e si stanno dedicando solo all'addestramento delle truppe irachene. Dopo 90 mesi di scontri, 4400 soldati Usa e oltre 100.000 civili iracheni morti, della grande armata americana che ha raggiunto le 156.000 unità, resteranno attivi fino al 2011 solo l'appoggio logistico e la copertura aerea. Non sono comunque poco.
VIRTUALMENTE la guerra in Iraq è finita e rimane una «missione incompiuta». Obama a differenza di quanto aveva urlato Bush da una portaerei nel 2004 non parlerà mai di vittoria o di «mission accomplished» e sa bene che anche dopo il «surge», la «cura» del generale Petraeus nel 2007 il paese non ha mai potuto contare su una vera stabilità. Il nuovo esercito iracheno ha ricevuto adesso il compito di proteggere i confini e mantenere la sicurezza, ma Bagdad non riesce ancora a darsi un nuovo governo per i conflitti politici interni e questo rende molto fragile la tenuta del paese che dovrà contare ancora per molti mesi sulla presenza di migliaia di contractor stranieri, mercenari super pagati, i soli in grado di provvedere alla sicurezza delle zone sensibili come le ambasciate. Mentre i marines si ritirano, gli equilibri in Iraq cambiano rapidamente in un clima di profonda incertezza. Sulla carta i 90.000 soldati di Bagdad, riassunti dal governo iracheno dopo essere stati licenziati come forze di Saddan dall'ex leader del Pentagono, Rumsfeld, in quello che è stato considerato il più madornale, arrogante, inconcepibile errore tattico, strategico e politico di questa guerra, possono risultare sufficienti a rimpiazzare sulla carta le brigate americane. La realtà sarà molto diversa perché non solo le truppe Usa che pattugliavano i confini erano molto più numerose, meglio armate e meglio addestrate, ma potevano contare su un formidabile appoggio aereo che difficilmente adesso si potrà ripetere. Si tratta non c'è dubbio di una vera e propria svolta che il generale Zabari, capo di stato maggiore della difesa iracheno, aveva definito imprudente e frettolosa «perché il nuovo esercito non è ancora pronto a ricevere il testimone dagli americani». Anche monsignor Shlemon Warduni vescovo ausiliare di Bagdad non ha nascosto le sue preoccupazioni sul ritiro dicendo «le truppe straniere, se vanno via, hanno il dovere di lasciare dietro di loro la pace e la sicurezza».
«BISOGNA educare alla democrazia, bisogna seminarla - continua -, non la si può esportare o imporre. E' molto difficile vivere in un luogo dove non c'è legge, non c'è governo, i terroristi vanno e vengono,non c'è lavoro ma ci sono autobombe, kamikaze e altre manifestazioni di violenza». Barack però intende mantenere la promessa e chiudere quella che ha sempre definito «una guerra sbagliata». Ma non sarà facile. Sa che le truppe Usa potrebbero finire nuovamente sotto attacco, ma vuole concentrare tutta la sua capacità offensiva nel piegare Al Qaeda e i talebani in Afghanistan, schiacciando i primi e costringendo i secondi a un patto di riconciliazione nazionale o alla resa.
dall’inviato GIAMPAOLO PIOLI
Notizia tratta da La Nazione