Roma, 20 febbraio 2012 - E' morto a 97 anni Renato Dulbecco, premio Nobel per la medicina nel 1975 per le scoperte sulle interazioni fra virus tumorali e il materiale genetico della cellula. Quasi un secolo di vita interamente dedicata alla scienza (era nato a Catanzaro il 22 febbraio 1914), e quasi tutta negli Stati Uniti, con una brillante e inaspettata parentesi, la conduzione del Festival di Sanremo nel 1999 con Fabio Fazio.
LA CARRIERA - La sua è stata una vita lunghissima e piena di successi. Nel 1930 si iscrisse alla facoltà di medicina dell'Università di Torino (benché amasse la fisica), e già dal secondo anno, grazie ai brillanti risultati ottenuti, fu ammesso come interno all'Istituto di Anatomia di Giuseppe Levi, personalità in vista nell'ambito medico e biologico.
Qui, dove si occupava prevalentemente di biologia, ebbe modo di conoscere Salvador Luria e Rita Levi Montalcini, che divenne un'ottima compagna di lavoro e con la quale instaurò una profonda amicizia che coltivò anche in seguito. Si laureò a soli 22 anni, nel 1936.
Decisivo fu l'incontro con Salvador Luria, che aveva già avuto modo di conoscere, essendo stato anch'egli studente a Torino e interno dell'istituto di Levi. Luria si occupava a quel tempo dei virus (biologia) che infettano i batteri (batteriofagi), e utilizzava come Dulbecco le radiazioni; data la comunanza di interessi, gli offrì la possibilità di lavorare nel suo laboratorio a Bloomington, nell'Indiana (USA), dove collaboravano già personalità di spicco della comunità scientifica.
Nell'autunno del 1947 si trasferì negli Stati Uniti, a Bloomington (Indiana). Nel 1949 Max Delbruck, padre della genetica moderna, gli offrì un posto di lavoro al California Institute of Technology di Pasadena, più noto come Caltech, uno dei più importanti laboratori scientifici del mondo. La grande occasione, quella che spianò la strada alle nuove frontiere della ricerca biologica, fu lo studio del virus responsabile dell'Herpes zoster, meglio noto come "fuoco di Sant'Antonio".
Un'altra conquista, sopraggiunse poco tempo dopo, nel 1955, quando il futuro Nobel riuscì ad identificare un mutante del virus della poliomelite, malattia estremamente temuta, che fu utilizzato da Albert Sabin per preparare un vaccino.
L'interesse per i virus, si fece sempre più specifico, fin quando sfociò in uno studio del tutto nuovo, riguardante i virus che rendono le cellule cancerose, ovvero capaci di moltiplicarsi incessantemente. L'idea di fondo fu quella di studiare la genesi di un cancro, dovuto, come era già noto, ad un'alterazione genetica, all'interno di queste piccole entità biologiche costituite da pochi geni, a differenza delle cellule animali.
Finalmente nel 1968 sopraggiunsero i risultati tanto attesi: "Per indagare l'azione dei geni di questi virus pensai che bisognava prima di tutto capire che cosa ne accadesse all'interno delle cellule rese tumorali. Si supponeva che il virus entrasse nelle cellule, ne alterasse i geni e poi scomparisse, comportandosi come un pirata della strada che investe un pedone ferendolo e poi scappa abbandonando il luogo dell'incidente".
L'elemento inedito fu l'individuazione di una sostanza, chiamata antigene T (tumorale), assente nelle cellule "sane" dell'organismo, ma presente sia in quelle infettate che in quelle uccise dal virus. Non se ne conosceva la natura ma era sufficiente per indurre a pensare che qualcosa del virus restasse nella cellula bersaglio; ciò a cui si mirò allora fu l'identificazione di tale sostanza. L'esito fu chiaro, si trattava di DNA virale che si unisce chimicamente a quello della cellula, diventando parte integrante del suo materiale genetico. La scoperta fu clamorosa perché a questo punto fu semplice dedurre che i geni virali definiti "oncogeni" attivassero quelli cellulari necessari alla moltiplicazione cellulare facendola proseguire incessantemente.
La scoperta gli fruttò il premio più ambito, il Nobel. Gli ultimi decenni sono dedicati al Progetto Genoma: l'obiettivo di identificare tutti i geni delle cellule umane e il loro ruolo, in modo da comprendere e combattere concretamente lo sviluppo del cancro. Infine, nel 1999, l'ultimo guizzo, con l'ironia e l'inteligenza tipica del grande scienziato: accetta di presentare Sanremo con Fabio Fazio e Laetitia Casta, diventando rapidamente, con il suo sorriso fanciullesco e l'inconfondibile parlata italo-americana un idolo dell'Ariston.
VERONESI: DULBECCO HA RIVOLUZIONATO L'IDEA DELL'UOMO NELL'UNIVERSO - "Renato Dulbecco passerà alla storia come protagonista dell'era del Dna, che ha rivoluzionato non solo la medicina, ma la concezione stessa della posizione dell'uomo nell'universo. Io lo considero anche il modello della figura dell'uomo di scienza del terzo millennio, che non puo' evitare di essere impegnato civilmente perche' il pensiero scientifico e' un modo di essere, di vivere, e soprattutto di guardare al futuro". Lo afferma l'oncologo Umberto Veronesi, ricordando la scomparsa del premio Nobel per la Medicina, collega e "amico" Renato Dulbecco.
"Siamo stati amici, fianco a fianco in molti progetti. Quando agli inizi degli ‘90 fondai l'Istituto Europeo di Oncologia pensai subito a lui per l'International Advisory Board, perché mi aiutasse ad applicare le conoscenze genomiche alla lotta al cancro, e da allora fu sempre molto vicino alla ricerca dello Ieo - ricorda l'oncologo - Quando nel 2000 divenni ministro della Sanità lo chiamai a presiedere una Commissione, composta da 25 scienziati , giuristi, filosofi e bioeticisti per fornire un orientamento in materia di cellule staminali". "La Commissione propose la soluzione chiamata Tnsa (trasferimento nucleare di cellule staminali autologhe), che - riflette Veronesi - poteva conciliare progresso scientifico e problemi etici. Purtroppo - evidenzia Veronesi, senza celare il suo rammarico - dopo che lasciai il mio incarico, nessuno diede alcun seguito alle conclusioni della Commissione Dulbecco. Quando poi nel 2003 ho dato vita alla mia Fondazione per il Progresso delle Scienze è stato il primo ad aderire, e ha partecipato a distanza a tutte le nostre iniziative per la promozione della cultura scientifica".
IL GENETISTA DALLAPICCOLA: HA DATO MOLTO ALL'ITALIA - "Il mio pensiero è legato alla sua straordinaria opera a livello scientifico ma soprattutto alla sua forte personalità e all'amicizia che ha continuato a manifestare con l'Italia dove ha profuso energie con le sue collaborazioni". Lo ha affermato il genetista Bruno Dallapiccola, appresa la notizia della morte del Nobel Renato Dulbecco. "E' stato un uomo di forte e grande personalità - ha aggiunto lo scienziato - un punto di riferimento importantissimo per i giovani. Cito a questo proposito le borse di studio che portano il suo nome meritatamente perché fanno riferimento ad una persona che ha dato moltissimo alla scienza e al nostro Paese, pur stando all'estero".
FABIO FAZIO: UN UOMO CORAGGIOSO - "Quando riuscimmo a convincerlo a venire a Sanremo, cercammo a lungo una definizione per presentarlo. E, alla fine, l'aggettivo che ci parve più adatto fu ‘coraggioso'". Fabio Fazio, il conduttore televisivo che nel ‘99 volle con se' Renato Dulbecco sul palco del Festival, ricorda commosso il Nobel per la medicina.
"Il coraggio - sottolinea Fazio - ha percorso trasversalmente ogni sua azione: in gioventù, quando decise di studiare medicina; negli anni della guerra partigiana; quando scelse di trasferirsi negli Stati Uniti; nel tipo di ricerca portata avanti. E il coraggio, anche se su scala infinitamente più ridotta, riguardò anche il suo sì a Sanremo".
Dulbecco "ha vissuto una vita lunga e piena di successi e di soddisfazioni, da persona libera, di quella libertà mentale che è fondamentale per chi fa ricerca. Non è stato uno scienziato estraneo al mondo, ma aperto agli altri", forte di "quel coraggio e di quella lucidità che producono le visioni fuori dal comune di chi arriva a qualche scoperta. E' stata una persona speciale - conclude Fazio - dolce di modi, dal sorriso magnifico e sempre disponibile con tutti".
CNR, NICOLAIS: IL SUO LAVORO TESTIMONIA AMORE PER L'UMANITA' - "Con la morte di Renato Dulbecco la comunità scientifica mondiale perde uno dei suoi più autorevoli testimoni. Curioso, rigoroso, ottimista, aperto ai giovani e all'integrazione fra saperi diversi, era riuscito, soprattutto attraverso il Progetto Genoma, ad avvicinare e a chiarire alla gente il ruolo e la funzione sociale del lavoro dello scienziato. Voglio ricordare con orgoglio e commozione che la sua avventura, professionale e umana, ha vissuto al CNR una tappa fondamentale". Lo sottolinea il Presidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Luigi Nicolais. "Per Dulbecco - prosegue - la ricerca scientifica è stata una testimonianza d'amore verso l'umanità , una delle più alte forme di solidarietà. Non si è mai sottratto alle polemiche, neanche a quelle per le possibili strumentalizzazioni del suo operare lungo i delicati e fragili confini di quella che oggi conosciamo come bioetica. E' andato coerentemente avanti, portando la sua testimonianza anche in contesti molto diversi da quelli consueti per uno scienziato del suo livello, senza imbarazzo alcuno ma anzi con la semplicità e l'autoironia che contraddistinguono i grandi. Dobbiamo impegnarci - conclude il presidente del Cnr - ciascuno per la propria parte, nelle nostre istituzioni, affinché questa sua lezione non vada dispersa. La sua attenzione verso i giovani e il senso che ha saputo dare al suo lavoro di scienziato devono trovare la loro continuità in tutti noi ricercatori".
NOVELLI, PRESIDE DI MEDICINA A TOR VERGATA - Renato Dulbecco "aveva capito oltre 25 anni fa che la strada per combattere il cancro è quella della medicina personalizzata: le sue scoperte hanno portato a numerosi avanzamenti, ma a mio parere questo è il principale". Così Giuseppe Novelli, preside della facoltà di Medicina e chirurgia e direttore dell'Istituto di genetica umana dell'Università degli studi di Roma Tor Vergata, commenta la morte del premio Nobel per la Medicina del 1975. "La sua scomparsa ha colpito molto me - dice Novelli all'Adnkronos Salute - e tutta la comunità dei genetisti, perchè per noi se n'è andato un modello, un punto di riferimento, a cui dobbiamo moltissimo. E' stato lui a dare impulso alla genetica italiana e lo dobbiamo a Dulbecco se oggi siamo un'eccellenza. E il suo lavoro teso a ‘leggere' per la prima volta il Dna dei tumori ha aperto alla medicina personalizzata e alla possibilità di dare a ogni paziente il farmaco giusto. Come ‘politico', inoltre, è intervenuto varie volte sulla necessità di finanziare la ricerca e l'innovazione. Se n'è andato dunque un uomo, uno scienziato e un ‘politico della scienza'".
VEZZONI, SUO COLLABORATORE: ERA DELUSO DALL'ITALIA - "Era un po' amareggiato. L'esperienza fatta in Italia lo aveva davvero deluso". Lo racconta Paolo Vezzoni, ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche, che insieme al professore Renato Dulbecco ha condiviso l'esordio negli anni ‘90 del "Progetto Genoma" e che è rimasto in contatto con il premio Nobel della Medicina fino a un paio di mesi fa. "Era dalla scorsa estate che non stava molto bene. L'ultima volta che l'ho sentito - dice Vezzoni - è stato in occasione delle feste natalizie. Ci siamo scambiati i saluti, ma non abbiamo fatto altri commenti. Allora, anche se si era un po' ripreso, non stava in perfetta salute". Tuttavia, spiega ancora Vezzoni, quando Dulbecco decise di tornare negli Stati Uniti "lo fece con l'amaro in bocca e, nel corso degli anni, la delusione nei confronti dell'Italia è rimasta costante anche se - dice ancora il ricercatore del CNR - ad attenuarla hanno contribuito alcuni progetti di ricerca sulle cellule staminali che la Fondazione Cariplo aveva deciso di assegnare sotto la sua guida". L'amarezza di Renato Dulbecco nei confronti del nostro paese era legata soprattutto alla decisione, da parte del CNR di abbandonare il Progetto Genoma: un progetto che lo stesso Dulbecco aveva sostenuto e incoraggiato sia in Italia che a livello internazionale già a partire dalla metà degli anni 80.
"Ricordo - racconta Vezzoni - che la decisione di non portare avanti quel progetto arrivò proprio quando si trattava di entrare nel vivo dell'operazione e di decodificare il genoma umano. La decisione venne presa perché allora non si riteneva opportuno portare avanti il progetto, ma quello che ha sempre pesato di più su quella esperienza era il fatto che Dulbecco non apparteneva a nessuna parrocchia e dunque non aveva persone su cui poter contare per difendere i suoi progetti di ricerca. Inoltre in quegli anni al vertice del nostro paese ci fu una vera e propria rivoluzione e chi aveva favorito il ritorno di Dulbecco venne spazzato via, mentre chi subentrò non fu in grado di difenderlo e di sostenerlo".
La scelta di tornare in Italia e di proporre al Consiglio Nazionale delle Ricerche di aderire alla mappatura del genoma umano era stata, per Dulbecco una decisione molto sentita. Per metterla in atto infatti rinunciò alla prestigiosa presidenza del Salk Institute. "Lui ci credeva davvero in quel progetto - dice Vezzoni - perché aveva una incredibile voglia di lavorare e di dare il suo contributo. Nonostante però gli esiti siano stati negativi, resta il fatto che il ritorno di Dulbecco in Italia ha permesso alla comunità scientifica del nostro paese di entrare in contatto con il mondo della genetica e della medicina rigenerativa quasi per la prima volta".
FASSINO: UNA FIGURA CARA AI TORINESI - "E' con grande tristezza che apprendo la notizia della morte di Renato Dulbecco". E' quanto ha affermato il sindaco di Torino Piero Fassino apprendendo la notizia della scomparsa di Renato Dulbecco. "Ai torinesi il professor Dulbecco è una figura particolarmente cara - ha aggiunto Fassino -. Di natali calabresi, nella nostra città si laureò alla Facoltà di Medicina nel 1934 seguendo i corsi dell'anatomista Giuseppe Levi insieme a Salvador Luria e Rita Levi Montalcini. Prima di intraprendere definitivamente la carriera nei laboratori scientifici, ebbe parte importante nella vita politica torinese. Dulbecco entrò a far parte della Giunta popolare comunale, presieduta dal sindaco Giovanni Roveda, in qualità di assessore il 18 luglio 1945 mantenendo l'incarico fino alle elezioni dell'inverno 1946. Nell'aprile del 1995 ricevette in Sala Rossa la cittadinanza onoraria". "Giungano alla famiglia - ha concluso Fassino - le sincere condoglianze mie personali e della Città di Torino".
notizie tratte da La Nazione