Lorenzo Sani
NEL 2011 Fitzcarraldo è italiano, emigrato in Brasile. Ha riscritto il copione della celebre pellicola di Werner Herzog, interpretata da un monumentale Klaus Kinski, per portare il cinema e Roberto Benigni tra le tibù dell'Amazzonia, non l'opera lirica. «Chi sogna può muovere le montagne», diceva il Fitzcarraldo di Herzog, «Non si vive non si vive solo di farina, di pesce, di buona salute, ma anche di cultura, fantasia, divertimento», dice il Fitzcarraldo di oggi, al secolo Oliviero Pluviano.
KLAUS Kinski risalì il Rio delle Amazzoni fino a dove «Dio non aveva concluso la creazione», come erano convinte le tribù indigene, pur di vedere realizzato il proprio sogno, eppure l'utopia che ha guidato il giornalista genovese Oliviero Pluviano come la Stella polare nelle acque nere del Rio Arapiuns, affluente di destra del Rio delle Amazzoni, fino al villaggio dei nani, ha lo stesso sacro fuoco che ardeva nel cuore di Fitzcarraldo, quel miscuglio di amore viscerale e pazzia che secondo Shakespeare porta gli uomini ad essere fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i loro sogni.
Pluviano ha 59 anni, gli ultimi 21 li ha trascorsi in Brasile, corrispondente dell'agenzia Ansa, dopo aver fatto il giramondo nella precedente vita da musicista, prima col gruppo storico di Ornella Vanoni, in cui suonava tastiere e flauti dolci, poi pianista sulle navi da crociera. Così il nostro connazionale ha messo a disposizione la barca comprata sette anni fa, il Gaia, la tipica imbarcazione a due piani del Rio delle Amazzoni utilizzata per il trasporto di materiali, animali, ma anche esseri umani ed è partito. «Il Gaia è diventata una nave-cinema, dalla ‘gaiola' che era, letteralmente gabbietta, per la forma caratteristica a due livelli. Io, che abito a San Paolo, la tengo ormeggiata a Santarém, la città più importante di questa parte dell'Amazzonia. Fino a una decina di anni fa a Santarém c'era un cinema, che poi ha chiuso. Ma nessuna delle popolazioni che ho incontrato nel mio viaggio nella giungla aveva mai visto un film proiettato sul grande schermo, men che meno un cinema. Certo, i telefoni cellulari sono arrivati anche laggù, ma mai il cinema».
Nella sua utupia Pluviano è stato sostenuto da due aziende italiane presenti in Brasile, Fiat e Magneti Marelli. Il Fitzcarraldo di Herzog aveva convinto Claudia Cardinale, tenutaria di un bordello, a finanziare la sua impresa: passano gli anni, ma la lunga mano dello sponsor c'è sempre. «Ho comprato tutto quello che serviva, compreso il generatore per la corrente elettrica e la rabeta (una caratteristica scialuppa col motore a poppa) a Manaos, che è porto franco. Dopo una navigazione di 33 ore su una nave di linea ho raggiunto Santarém e da lì è incominciato il viaggio vero e proprio» racconta Oliviero. «Ci sono tanti modi per aiutare insediamenti tribali che sembrano uscire da un altro secolo, io ho scelto il cinema. E a giudicare dal risultato del ‘Projeto Fitzcarraldo' credo di aver fatto bene: gli indios si sono commossi guardando ‘La Vita è bella' di Benigni, un film che hanno trovato sconvolgente».
Non sono però solo rose e fiori, ricorda Pluviano: «Le Ong che operano sul territorio lamentano scarsità di fondi: la crisi europea qui ha effetti molto pesanti, anche perché è passato il messaggio sbagliato che il Brasile sia diventato un Paese ricco. Certo, rispetto a 20 anni fa, i consumi sono cresciuti, la qualità della vita migliorata, così come l'economia, ma la povertà è ancora molto radicata e diffusa in un Paese che ha oltre 200 milioni di abitanti ed è vasto come un continente».
notizia tratta da La Nazione