dall'inviato
Giampaolo Pioli
NEW YORK
UN MASSACRO cieco e senza pietà. I morti sono almeno 70, i feriti oltre 170. A pochi giorni dalla partenza dell'ultimo soldato americano, Bagdad ripiomba nel sangue e nel caos con undici attentati in contemporanea - ma c'è chi ha contato sedici esplosioni - in altrettanti punti della capitale. Proprio mentre il governo a guida sciita di Al Maliki perde tutti i ministri sunniti e spicca un mandato di cattura contro il vice presidente del paese Al Hashemi, fuggito nella zona curda dopo essere stato accusato di guidare squadroni della morte e seminare il terrorismo. Molti vedono una regia sunnita e di Al Qaeda nellla coordinata raffica di attentati, che hanno avuto bisogno di settimane di preparazione.
IL COMPLETAMENTO del ritiro americano, il 18 dicembre, ha segnato la ripresa incontrollata di una violenza settaria che nel paese contrappone nuovamente sciiti e sunniti dopo la fragile coesistenza al governo per meno di un anno. Gli americani in Iraq fra civili e militari rimangono comunque oltre 15mila, ma sono tutti rinchiusi nei cento ettari della zona verde che comprende anche la modernissima ambasciata Usa, che con 6mila addetti è la più numerosa del mondo.
Salih al Mutlaq, il vice Al Maliki, ha definito il suo premier «un dittatore peggiore di Saddam», e per tutta risposta al Maliki ha chiesto al parlamento di ritirargli la fiducia e di far eseguire il mandato di arresto contro Al Hashemi. Ieri Al Maliki ha ammesso il rischio di rottura dell'unità nazionale, che riaprirebbe in pieno la lotta interconfessionale.
GLI ATTENTATI di ieri hanno colpito indiscriminatamente quartieri sunniti e sciiti. In molti casi si è trattato di ordigni esplosivi operati a distanza, in altri, come nel distretto di Karrada a pochi passi dalla commissione governativa per l'integrità, la strage è stata compiuta da un kamikaze che si è lanciato con la sua auto contro l'edificio governativo. In un primo tempo il prolungamento della presenza di 30mila soldati americani era stata richiesta dallo stesso governo di Bagdad, ma successivamente era crollata perché al Maliki non voleva riconoscere ai soldati del Pentagono alcuna immunità, e in caso di eventuali crimini sarebbero stati giudicati con le leggi irachene e non rispediti alle corti marziali americane.
notizie tratte da La Nazione