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Notizie Dal Mondo - Esteri (04/02/2012)

Libano, un Paese seduto sul baratro della paura Suor Josephine: Ecco la mia scuola della convivenza

Il delicato mosaico formato da musulmani e cristiani e' messo alla prova da nuove convulsioni. Sul confine meridionale il rischio del contagio siriano. Gli italiani di Unifil2 ci hanno aiutato molto piu' del governo di Beirut

Tiro (Libano meridionale), 4 febbraio 2012 - Il delicato mosaico libanese, sunniti, sciiti e cristiani, si agita e si inarca come se fosse messo alla prova da un terremoto violento e vicino. "Temo massacri ancora peggiori in Siria, il Paese è pieno di armi", sintetizza Abed Mohsen Hosaini, 78 anni, ora alla guida della Provincia della città di Didone nonché intimo sodale del leader sciita di 'Amal' Nabih Berri. Durante l'ultima guerra fra hezbollah e Israele, quella durata 33 giorni nel 2006, era il sindaco di Tiro e si rifiutò di abbandonare la sua gente. Adesso osserva inquieto lo spettro sinistro del contagio. Per il successore di Hosaini Hassan Dbouk "dipende da chi vincerà".
"In Libano non si sa mai", sussurra stancamente suor Josephine Nasr, 65 anni, preside delle scuole San Giuseppe di Ain Ebel, un villaggio cattolico - maronita del sud affogato in un mare sciita. Nella zona i favori della popolazione sono suddivisi fra Amal, storica compagine della riscossa sciita da sempre legata a doppio filo con la Siria, e i fan del partito di Dio, guidato da Hassan Nasrallah e devoto a Teheran. Le foto dei " combattenti martiri" del 2006, con scritte in arabo e in persiano, sono all'ingresso di ogni villaggio. A Shama, a poche decine di metri dalla base di Unifil 2 che ora ospita i soldati della Brigata 'Pinerolo' di Bari, l'unica unità digitalizzata dell'esercito italiano, troneggia il volto di Imad Mughnieh, il capo delle operazioni segrete di Hezbollah ucciso nel 2008 a Damasco da una bomba davanti alla sede centrale di uno dei tanti servizi segreti siriani (un caso o un segnale?). In teoria Josephine, religiosa dell'ordine dei Sacri cuori di Gesù e della Vergine, avrebbe le tutte carte in mano per stare tranquilla. I suoi ottocento allievi, per metà cristiani e per metà musulmani, sono un cocktail politicamente corretto. In questa ottica ha ricevuto dal contingente italiano 18 mila euro per una biblioteca nuova e per 4 computer.
Nella recita di Natale la Madonna era un'alunna islamica. "In Libano c'è un enorme camuffamento collettivo", annota però, scettico, il suo vice George Krash, 42 anni, cattolico maronita di Ain Ebel. L'interminabile guerra civile degli anni novanta è ancora un abisso profondo nel ricordo della comunità nazionale. "Io abitavo ad Aley nello Chouf - rabbrividisce Josephine - i drusi mettevano al muro i miei correligionari e li fucilavano. In un solo villaggio hanno sterminato 30 famiglie". "Sono musulmano, sciita, e dirigente di Amal, ma rifiuto l'idea di un Paese al cento per cento islamico. Il risultato perverso della rivoluzione egiziana, tunisina e libica, una primavera che secondo me è stata invece un autunno, rischia di essere questo. Nel 1943 noi libanesi abbiamo avuto la prima democrazia in Medio Oriente, anche se in una versione non piena", ragiona ad alta voce il sindaco di Shama Abdul Kader Safieddine, 47 anni, rampollo di un potente clan familiare della cittadina. Dal 1932 però non si fa il censimento. Per non scoprire, argomenta il primo cittadino, che il 75 per cento dei libanesi ora è musulmano e che il 25 è cristiano, mentre il Parlamento è ancora equamente diviso fra le due confessioni. Josephine si lascia sfuggire che quando raggiungi un accordo con un capo di Hezbollah puoi stare certo che sarà rispettato. Hoseini se la prende con i "barbuti", i sunniti estremisti, con gli 007 e con i servizi di sicurezza di Paesi stranieri che tramano contro il suo. Il primo cittadino di Shama si sfoga: "In Siria la gente ha paura che Assad se ne vada. Al Qaeda e i talebani portano solo guerra e problemi". I 5400 morti nella rivolta secondo lui sono "pura propaganda".
"Siamo seduti su un vulcano, nessuno sa come andrà a finire. Di sicuro c'è solo un danno per noi libanesi. Tutte le nostre esportazioni verso i Paesi arabi più ricchi passano per la Siria", riassume una lontana cugina dell'ex presidente maronita Emile Lahoud che pretende l'anonimato. Safieddine è costretto a riconoscere che l'aiuto di Teheran è stato il più tempestivo ed efficace: "Dal 15 agosto 2006 l'Iran, attraverso gli Hezbollah, ha pagato ad ogni famiglia diecimila euro per la casa distrutta, settemila per i mobili andati persi e si è accollato perfino l'affitto dell'alloggio provvisorio. I Paesi del Golfo, Arabia Saudita, Oman, Emirati Arabi Uniti, tramite il nostro governo, ci hanno donato solo 970 milioni di euro su un totale di 4 miliardi spesi per la ricostruzione dei villaggi distrutti nel 2006".
Suor Josephine ricorda che l'Arabia Saudita aveva promesso soldi ai quattro paesini cattolici vicini alla Blue Line, la linea del ritiro israeliano nel 2000. "Non è arrivato nulla", si tormenta. Il sindaco Shama spara sull'esecutivo: "Qui da noi il Cimic degli italiani di Unifil 2, la cooperazione civili - militari, ha speso molti più quattrini del governo di Beirut".

Il colonnello Giuseppe Bosco della Brigata Pinerolo progetta una donazione di massa dei militari a favore della nuovissima banca del sangue della Croce Rossa di Tiro, già beneficiaria di un versamento di 19 mila euro. Il tenente colonnello Alfonso Angrisani ha organizzato una lotta sistematica contro la brucellosi che decima le pecore. "Per noi l'intervento umanitario non viene dopo quello militare sul terreno. Putroppo - constata il generale Carlo Lamanna, 49 anni, comandante della brigata Pinerolo e responsabile del settore ovest di Unifil 2 - l'area a sud del fiume Litani vive di agricoltura e adesso il mercato siriano è molto meno efficace per le esportazioni". Il sindaco di Shama non concede sconti a nessuno: "Fra il premier Fouad Siniora e Najib Mikati, l'attuale primo ministro, non c'è per ora nessuna differenza. Hanno raccolto le nostre tasse, ma negli ultimi 18 mesi non è tornato indietro neppure un centesimo in tutto il Libano". Siniora era amico dell'Occidente e dei sauditi. Mikati è appoggiato dagli Hezbollah. Al primo cittadino di Shama, un professore di liceo, sfugge una frase assai poco felpata: "Con il sud è meglio non scherzare tanto". Il mosaico libanese, accarezzato per lustri dall'Italia, pare votato a nuove convulsioni.
dall'inviato Lorenzo Bianchi
notizia tratta da La Nazione

 

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