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Notizie Nazionali - Politica (31/12/2011)

La Padania non esiste, chi parla di secessione e' fuori dalla storia Il Paese o cresce unito oppure non crescera'

La tela di Napolitano, super protagonista. Garante dell'unita' e pilota nella crisi

ROMA  
HA FATTO da garante dell'unità nazionale e delle istituzioni, ha contrastato le spinte disgregatrici, dato voce ai senza voce. E quando la tempesta finanziaria s'è abbattuta sull'Italia ha pilotato con mano ferma una crisi politica foriera di sviluppi gravissimi, aprendo la strada a un governo di fatto ‘del presidente'. Il 2011, annus horribilis, è stato senza dubbio l'anno di Giorgio Napolitano.
L'analisi più asciutta e più corretta del suo delicatissimo ruolo, gestito senza andare sopra le righe ma senza neanche rinunciare alle sue prerogative, nessuna esclusa, l'ha fatta il New York Times, che nel definirlo ‘Re Giorgio' l'ha lodato «per aver orchestrato uno dei più complessi trasferimenti politici dell'Italia del dopoguerra», nel quale si è posto «come garante chiave della stabilità politica in tempi instabili». Così è stato. Non solo in occasione del cambio di governo voluto «senza strappi costituzionali o sospensioni della democrazia», conscio del suo «preciso dovere di evitare le elezioni», ma anche in passaggi delicatissimi come la scelta di intervenire militarmente in Libia - forzando la mano di un Berlusconi che avrebbe volentieri evitato - perché, come disse alle Nazioni Unite, «di fronte al dramma di questo popolo il mondo non poteva non intervenire».

NON A CASO è con lui che il presidente Obama (ad esempio quel terribile 9 novembre del tonfo dei titoli italiani) si è più volte confrontato ed è a lui che l'Europa ha guardato come si guarda a un faro che può pilotare in acque sicure. E Napolitano ha colto le chance offerte dalle celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità d'Italia per battere con costanza il tasto della coesione nazionale, ribadendo il suo sì al federalismo e il suo no alla secessione. «Un federalismo - disse il 17 marzo alla Camera in occasione delle celebrazioni di apertura dei festeggiamenti per l'Unità d'Italia - il cui autentico fine deve essere il rafforzamento delle basi dell'unità nazionale» tenendo sempre come centro gravitazionale una Costituzione «che rappresenta tuttora la valida base del nostro vivere comune offrendo un corpo di principi e valori nei quali tutti possono riconoscersi». Le ragioni che ci tengono uniti sono di gran lunga superiori a quelle che ci separano, era la logica e non a caso alla Lega Napolitano ha detto chiaramente che «la Padania non esiste», che «chi parla di secessione è fuori dalla storia» e che «il Paese deve crescere unito o non crescerà». Con tanto di stop del Colle ai ministero padani a Monza, derubricati a meri uffici di rappresentanza.

TRA DECRETI bloccati o dichiarati irricevibili (basti pensare al decreto sul federalismo fiscale), Napolitano ha soprattutto esercitato la sua moral suasion sui poteri dello Stato. Intervenendo sulle vicende giudiziarie del premier Berlusconi (come quando si fece portatore «del turbamento dell'opinione pubblica dinanzi alla contestazione al presidente del Consiglio di gravi ipotesi di reato») ma anche sui giudici (definendo «sterile e intollerabile per la giustizia italiana il conflitto tra politica e magistratura»). Denunciando come «ripugna la condizione attuale di carceri e detenuti», ribadendo che «l'accoglienza è un nostro dovere», facendosi alfiere della necessità di porre fine alle morti bianche, piangendo per i nostri morti in Afghanistan, riaffermando la necessità che «la tutela dell'ambiente debba essere bipartisan» e di offrire un futuro ai nostri giovani. «Reggeremo alle prove che ci attendono, come in momenti cruciali del passato - disse - perché anche oggi disponiamo di grandi riserve di risorse morali e umane. Ma ci riusciremo solo a condizione che operi un forte cemento unitario». E se così sarà, l'Italia dovrà rendere grazie in primis a lui, Giorgio Napolitano.
Alessandro Farruggia
notizie tratte da La Nazione

 

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