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Notizie Nazionali - Politica (30/07/2010)

Pdl, Berlusconi caccia Fini. Appello ai deputati: non guidi piu' la Camera

La sentenza: «Quello di Gianfranco non e' dissenso, ma un atto demolitorio. E' incompatibile con il partito». Deferiti Bocchino, Granata, Briguglio

BERLUSCONI mette alla porta Fini. Nessuna marcia indietro, nessun ripensamento: il Cavaliere sceglie la strada del regolamento dei conti immediato: «Lui ed io siamo incompatibili». La rottura annunciata si consuma alle nove di sera: a certificarla l'ufficio di presidenza del Pdl con un documento di censura durissimo nei confronti del leader della destra che sollecita pure a lasciare la poltrona. di Montecitorio: «Basta con questa opposizione permanente, questo partito nel partito: tutto ciò è intollerabile. Ed ha fatto venire meno la fiducia nel suo ruolo di garanzia di presidente della Camera». E poi con un'appendice nella quale si prevede il deferimento ai probiviri di tre fedelissimi: Granata, Bocchino e Briguglio. Pugno duro, insomma, contro chi «asseconda l'uso politico della giustizia».

AD OGNI azione corrisponde una reazione: in questo caso, la nascita dei gruppi autonomi dei finiani. «Riteniamo che non ci sia nessun rischio per il governo», scandisce il Cavaliere nella conferenza stampa che conclude una giornata cruciale per la maggioranza. Che rilancia: «Non ho difficoltà a continuare a collaborare con i finiani al governo». Epperò, i numeri che Fini vanta in Parlamento non fanno dormire sonni tranquilli ai suoi, consapevoli che - malgrado la campagna acquisti - rischia di essere appeso a un filo. Lo sa bene il Cavaliere che evidentemente mette nel conto una crisi e il voto anticipato. Epperò è netto: «Non si può più vivacchiare».
Parole ripetute ai tre finiani presenti nell'organismo - Urso, Viespoli, Ronchi - che hanno votato contro il documento e., con Giorgia Meloni, hanno chiesto 24 ore di tempo prima di arrivare alla rottura. Niente da fare: «Sto male, mi piange il cuore ma i nostri elettori non tollerano più un atteggiamento di opposizione permanente verso il governo: i litigi erano un prezzo troppo alto da pagare». Aggiunge: non basta «un'intervista al Foglio, sollecitata per altro da Ferrara, a farmi dimenticare tutto». Fa spallucce a chi (Viespoli) l'invita a parlare con Fini senza ascoltare Granata o Bocchino: «E' lui che mi ha costretto ad abbandonare il ddl intercettazioni». Via Fini. Ma come pensa di costringerlo a dimettersi dalla presidenza della Camera? «Riteniamo che siano i membri del Parlamento a dover assumere un'iniziativa al riguardo», dice Berlusconi. In assenza di strumenti per mandarlo via - come gli ricorda Fini - non gli resta che ricorrere a comportamenti parlamentari (i capigruppo del Pdl potrebbero non presentarsi alle conferenze) tale da impedire lo svolgimento dei lavori. Una cosa è certa: «Le sue posizioni sono incompatibili con i principi del Pdl e gli impegni presi con gli elettori. Noi siamo stati responsabili lui e i suoi uomini hanno creato fibrillazione».
Fine traumatica di una storia, dunque. Ci ha provato, ieri mattina, Gianni Letta a ridurre l'impatto dello show down: ha lasciato Palazzo Chigi e si è presentato a Palazzo Grazioli per cercare di indorare la pillola. Ma il premier non ha sentito ragioni: da giorni, raccontano gli intimi, aveva preso la sua decisione. Non ha giovato a rasserenarlo l'intervista in cui Bocchino esaltava le doti di condottiero di Fini: «Ma vi rendete conto - è esploso il Cavaliere - anche oggi...Basta così». Chiudere la partita, è l'imperativo categorico del leader ai colonnelli: «Voglio Fini fuori dal partito. Trovatemi il modo».

DETTO FATTO. O quasi: sì, perchè un partito garantista non può dare la massima pena a un iscritto senza sentire il condannato. Ecco perchè i tecnici hanno cercato una strada che evitasse quanto meno un errore così marchiano puntando sul deferimento. L'obiettivo era la cacciata di Fini: da cogliere con un documento che è stato scritto e riscritto più volte. Con Berlusconi che ha imposto - durante un vertice con i big del partito - di citare esplicitamente Fini. E questo malgrado i numeri dei "ribelli" che, a sentire il giro berlusconiano stretto supererebbero di gran lunga le previsioni tanto da far temere per le sorti del governo. «Non chiudere la partita significa consumare lentamente la mia leadership e il mio partito». A rafforzare la decisione, i sondaggi effettuati dal suo istituto di ricerca di cui si fida ciecamente hanno certificato che il Pdl è sceso.

Notizia tratta da La Nazione

 

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