
«L'ESECUTIVO è saldo. Se ci sarà una divaricazione nella coalizione i numeri sono abbondanti e non c'è nessuna possibilità che ci sia un cambiamento della coalizione di maggioranza e di governo». Dopo giorni di indiscrezioni, Silvio Berlusconi indica ufficialmente la direzione di marcia: si può fare a meno di Fini. Lo fa a metà pomeriggio, dopo aver incassato la fiducia alla Camera sulla manovra, durante la conferenza degli ambasciatori. Nelle stesse ore, i fedelissimi studiano la road map della separazione. Da raggiungere non tanto con l'espulsione dei finiani più irruenti (Granata, Bocchino e Briguglio) considerata complicata, ma con un durissimo documento di censura a Fini, in cui si certificherebbe l'incompatibilità con la linea politica del Cavaliere in un ufficio di presidenza che dovrebbe tenersi entro domani. Se l'intervento del premier doveva essere un segnale, è arrivato forte e chiaro. Sì, perché a stretto giro ecco la replica del presidente della Camera: «Resettare tutto, senza risentimenti». Fini l'affida - non a caso - al Foglio di Giuliano Ferrara, da sempre favorevole a una tregua tra i cofondatori del Pdl. «Non abbiamo il dovere di essere e nemmeno di sembrare amici, ma dobbiamo onorare un impegno politico ed elettorale con gli italiani. La mattanza non avrebbe né vincitori né vinti». Sì, perché lui non ha nessuna voglia di farsi da parte: ci provi il Cavaliere a buttarlo fuori o a costringerlo a dare le dimissioni da presidente della Camera, troverà pane per i suoi denti. Dosando bastone e carota, Fini indica pure una strada da percorrere insieme: rimettere il guinzaglio ai rispettivi fans. «Anche in nome di una storia comune non banale, ci tocca il compito di deporre i pregiudizi, di mettere da parte carattere e orgoglio, di eliminare le impuntature e qualche atteggiamento gladiatorio delle tifoserie». Sì, perché «garantismo e legalità non sono in conflitto: la mia solidarietà verso chi è colpito da accanimenti palesi è intatta. Certo che se poi gli ultras, sempre nemici di ogni buon compromesso politico riportano che io voglio fare un repulisti giustizialista prevale la logica degli anatemi».
PAROLE che piombano a Palazzo Grazioli alle nove di sera, mentre è in corso il summit del Cavaliere con i maggiorenti del Pdl (coordinatori, capigruppo, alcuni ministri, Ghedini e Alemanno oltre a Letta) per sviluppare la strategia da seguire per regolare i conti (in discussione anche l'opportunità di un intervento su giustizia e dintorni in Parlamento). Antipasto: un incontro tecnico a via dell'Umiltà per cercare nelle pieghe dello statuto gli strumenti per espellere i ribelli, strada assai impervia. E questo mentre Bossi si mostrava rassegnato alla rottura fra Fini e Berlusconi, osservando però che «non si può andare ad elezioni prima di fare il federalismo».
Assai dura la reazione a caldo del premier: non si fida, ed è deciso a chiudere una volta per tutte i conti con Fini. A soffiare sul fuoco gli ex di An che dicono: non ti fidare, tra una settimana ricomincia la rumba. Mentre le colombe ex forziste cercano di convincerlo a trattare. A dar loro man forte, Ferrara che si materializza a via del Plebiscito: fuori tutti. A mezzanotte nell'ufficio berlusconiano restano Gianni Letta e il direttore del Foglio. «Ho fatto solo una chiacchierata con un amico», dirà alla fine. Ma il barometro segna ancora tempesta, i segnali di pace sono arrivati troppo tardi.
TUTTO in politica è possibile, anche se sono molti a credere nel Pdl che oramai il treno sia partito. In ogni caso, la controffensiva berlusconiano anti-Fini comprende anche la campagna acquisti che lui e i suoi emissari stanno portando avanti. Senza Fini teme di fare la fine di Prodi, attaccato a una manciata di voti, con il rischio di cadere ad ogni frenata brusca. Di qui, il tentativo di bloccare l'emorragia lavorando ai fianchi gli uomini Fini: fonti di maggioranza assicurano già che ci sono alcune defezioni.
di ANTONELLA COPPARI
Notizia tratta da La Nazione