
SONO ENTRATI in fabbrica tra gli applausi per cominciare il turno delle 14. Ma i sorveglianti li hanno bloccati impedendo loro l'accesso alle linee di montaggio della Punto Evo. A Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, i tre operai dello stabilimento di Melfi licenziati il 14 luglio e reintegrati sul posto dal giudice del lavoro, la Fiat ha concesso ieri solo di svolgere attività sindacale in una saletta ribadendo la piena legittimità dei suoi comportamenti in attesa che il 6 ottobre, sempre il giudice, si esprima sul ricorso. La scelta di retribuire i tre operai rinunciando alle loro prestazioni ha scatenato la dura reazione della Fiom che ha definito «inaccettabile» il comportamento dell'azienda, proclamato un'ora di sciopero, promosso un corteo in fabbrica e deciso di presentare una denuncia penale contro la Fiat per la mancata osservanza della sentenza emessa dal Tribunale e di rivolgersi ancora al giudice del lavoro perché precisi le modalità di attuazione del decreto di reintegro. E sia la Fiom, sia i tre operai (che erano stati invitati a restare a casa) hanno lanciato un appello al presidente della Repubblica Napolitano.
La nuova giornata di tensione a Melfi è iniziata alle 13.30 quando Barozzino, Lamorte e Pignatelli si sono presentati ai tornelli accompagnati dall'avvocato e dall'ufficiale giudiziario che ha verbalizzato la decisione della Fiat di vietare loro l'accesso alle linee produttive.
DOPO UN'ORA e mezzo negli uffici dei sorveglianti, i tre operai hanno lasciato la fabbrica. «Mi sento umiliato» ha detto all'uscita Barozzino. «A Napolitano chiedo di non farci vergognare di essere italiani, faccia in modo che il nostro diritto al lavoro venga rispettato». Barozzino, delegato Fiom, ha rivendicato per sè e per gli altri due colleghi la «dignità di lavoratori che non chiedono l'elemosina dello stipendio ma vogliono guadagnarselo nella catena di montaggio». «Verremo qua tutti i giorni - ha aggiunto - fino a quando i giudici non metteranno la parola fine».
Quanto accaduto a Melfi, denuncia il leader della Fiom Landini, rappresenta «una violazione delle più elementari regole democratiche». Landini ha confermato la decisione di portare la Fiat in Tribunale «perché sta commettendo un reato». Anche secondo Epifani il comportamento della Fiat è «incomprensibile» perché «non rispetta una sentenza della magistratura che chiede il reintegro». «Vedo una volontà di forzare la mano, di andare a un braccio di ferro - ha aggiunto il leader della Cgil -. Cosa che non fa bene nè all'azienda nè ai lavoratori».
Dal canto suo, invece, la Fiat (che ieri ha smentito una possibile vendita di Alfa Romeo rispetto alle indiscrezioni tedesche su un interessamento di Volkswagen) si è detta fiduciosa che il Tribunale di Melfi saprà ristabilire la verità dei fatti e ha ribadito la «ferma convinzione che siano pienamente legittimi i provvedimenti adottati» nei confronti dei tre operai ricordando che non avvalersi della sola prestazione lavorativa è una prassi consolidata nelle cause di lavoro.
TESI CONDIVISA da Federica Guidi, presidente dei Giovani di Confindustria, secondo la quale non si tratta di una cosa inedita perché «può capitare che un'azienda in attesa della sentenza definitiva decida di fare un reintegro senza restituire le mansioni abituali».
di ACHILLE PEREGO
Notizia tratta da La Nazione