di MARCO SASSANO
- ROMA -
AVEVA tre volti, tre personalità, tre storie contrapposte e innestate l'una sull'altra - siamo negli anni a cavallo tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70 - Giovanni Ventura, morto due giorni fa nella sua casa di Buenos Aires: quella del giovane intellettuale veneto che si dichiarava vicino alle posizioni socialiste, quella del fedele alleato del neonazista Franco Freda, con lui complice di una lunga catena di attentati, e infine la terza, misteriosa e mai pienamente svelata, di uomo legato ai servizi segreti deviati. Un Giano trifronte con una capacità particolare nell'intorbidire le acque e nell'inventarsi, quando doveva difendersi, verità artefatte che si contraddicevano l'una con l'altra. Un comportamento che era agli antipodi di quello del suo complice e alleato, Franco Freda, che è stato sempre lineare e coerente nel presentarsi come l'uomo dell'Ordine nuovo di hitleriana memoria. Il cronista conobbe Giovanni Ventura alla fine del 1971 a Treviso, poco dopo la casuale scoperta da parte di alcuni muratori, nella soffitta del segretario della sezione socialista di Castelfranco Veneto, di un piccolo arsenale composto in prevalenza di cassette di esplosivo identico a quello che era stato usato per le bombe del 1969 alla Fiera Campionaria di Milano, in aprile, per quelle sui treni dell'agosto successivo che fecero i primi feriti e infine per la bomba di piazza Fontana del 12 dicembre. Rapidamente gli inquirenti scoprirono, anche grazie alle rivelazioni di Guido Lorenzon (un fragile insegnante legato a filo stretto a Ventura), che quell'esplosivo era stato lì nascosto su richiesta di Ventura. E il giudice istruttore Giancarlo Stiz rapidamente riuscì collegare quest'ultimo a Freda.
L'inchiesta del giudice trevigiano, un austero liberale figlio di un generale austro-ungarico, rimarrà come un esempio di rigore e serietà, concludendosi, nel marzo del 1972, con l'invio di tutti gli atti ai giudici milanesi, competenti dell'inchiesta sulla strage alla Banca Nazionale dell'Agricoltura. E Ventura si trovò così formalmente imputato di tutta la catena di terribili attentati del 1969. E' interessante oggi registrare la dichiarazione del giudice Stiz, subito dopo aver saputo della morte di Ventura: «Non ho commenti da fare se non dire che mi dispiace per lui. Mi dispiace perchè Ventura avrebbe potuto dire la verità».
A PARTIRE da quel '72, man mano che venivano alla luce le imprese della cellula terroristica veneta e i suoi legami con alcuni settori del Sid, il servizio segreto del generale Maletti, l'impegno di Giovanni Ventura è stato quello di creare il polverone più denso possibile, in modo da riuscire a soffocare la verità. Dopo una prima sentenza, (Catanzaro, 1979) che lo condanna all'ergastolo, arriverà nel 1988 l'assoluzione (solo per piazza Fontana, non per tutti gli altri attentati) della Corte di Bari. E poco ormai conta che la Cassazione, nel 2005, abbia dichiarato la responsabiltà di Freda e Ventura nella strage di Piazza Fontana, riconoscendo però la loro impunibilità perchè già assolti in via definitiva. Un'ordinanza in qualche modo immorale, visto che fu proprio la Cassazione ad impedire un'effettiva ricerca della verità sulla strage trasferendo il processo da Milano a Roma, poi a Catanzaro e infine a Bari. Un balletto che ha permesso a Ventura di vivere in pace in Argentina fino all'arrivo della sentenza che non ha possibilità di appello.
notizia tratta da La Nazione