L'ATTENTATO a Paolo Borsellino «non fu solo mafia» e le indagini in corso mettono «in evidenza la contiguità, la collusione di segmenti certamente deviati e personaggi che in quel momento agivano nel nome dello Stato». Gianfranco Fini a Palermo alla commemorazione del giudice Paolo Borsellino chiede che si faccia tutto per evitare che «non si raggiunga la verità autentica». E racconta della sua «forte indignazione per i depistaggi sulle indagini».
POCO prima era stato accolto dal grido «vergogna, vergogna» dei giovani dell'«agenda rossa». Dopo un attimo di smarrimento il presidente della Camera s'è avvicinato per chiedere spiegazioni. I ragazzi, prontissimi, gli hanno chiesto se per lui lo stalliere Mangano fosse un eroe. Pronta e didascalica la risposta: «E' un cittadino italiano condannato per mafia, non è un eroe. Gli eroi sono quelli che si sacrificano per lo Stato». Poi li ha esortati ad avere rispetto per le istituzioni, «anche se in alcuni casi ci sono uomini che non sempre sono all'altezza del ruolo che ricoprono». Durante il corteo successivo alla cerimonia, Fini ha ribadito il concetto: i ragazzi «contestavano che all'interno dello Stato possano esserci presenze mafiose». E ha ricordato ai giovani la sua ostilità alla legge sulle intercettazioni («Vedete cosa sto facendo...»).
Dopo la deposizione della corona di alloro, Fini ha lasciato la via dove il suo omologo del Senato, Renato Schifani, non è mai arrivato. I giovani non gradivano la presenza, ha spiegato Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, che poi ha stretto la mano a Fini. Chi, nelle istituzioni, non era a Palermo ha mandato un messaggio. Napolitano si è augurato che «si faccia piena luce» sulla stagione delle stragi, Berlusconi ha parlato dell'esempio di Borsellino come di un «patrimonio di democrazia», Schifani ha esortato a seguirne l'esempio. Maroni e Alfano hanno confermato l'impegno per la verità.
Le affermazioni di Fini erano state precedute da quelle del giudice palermitano Ingroia convinto che la verità su quella stagione rimane sepolta perchè «nelle istituzioni c'è ancora chi certamente non la vuole scoprire». E ha confermato la sua idea: ci fu una «trattativa inconfessabile tra pezzi dello Stato e gli assassini di Falcone e Borsellino», base del successivo equilibrio politico e istituzionale.
UNA TESI, quella di Fini e Ingroia, anticipata da Fabio Granata, il più finiano del Pdl: «Ci sono ad oggi pezzi dello Stato, del governo e della politica che fanno di tutto per ostacolare le indagini» e delegittimare la magistratura perchè gli eccidi del '92 furono un «golpe». Il Pdl è sano, ha poi affermato, ma c'è «un 10 per cento di persone poco per bene e il tappo sta per saltare» e ha ricordato che «Berlusconi ci ha dato ragione allontanando quanti coinvolti negli scandali». Insorgono la leghista Lussana e la Pdl Santelli: Granata «faccia in nomi alla commissione antimafia perchè non può lanciare il sasso e nascondere la mano».
ANCHE Di Pietro è stato categorico: «Oggi i topi sono entrati in Parlamento» e ipotizza che tra i senatori o i sottosegretari ci siano anche «rappresentanti della criminalità organizzata». Tesi confermata da De Magistris, convinto che nelle istituzioni ci sia una «questione morale profonda». Più cauto il Pd. Bersani chiede di ripristinare il senso dello Stato contro la crisi di legalità e la Finocchiaro ricorda le connivenze della mafia «con la politica, l'economia, la finanza». Dal Pdl Cicchitto chiede a Granata e al giudice Ingroia di fare i nomi di chi ostacolerrebbe le indagini.
di UGO BONASI
Notizia tratta da La Nazione