dall'inviato
Stefano Cecchi
PORTO SANTO STEFANO (Grosseto)
«CI HO SPERATO, ci ho sempre sperato anche se 36 ore al buio non passano mai....». La voce esce flebile, un soffio, mentre la barella si avvia dentro l'ospedale di Grosseto. Ma non è mai stata la voce grossa a fare di un uomo un eroe. Si chiama Manrico Giampedroni, ha 57 anni, viene da Ameglia e oggi qualcuno dovrebbe dirgli ufficialmente grazie. Perché lui è l'altra faccia della tragedia della ‘Concordia'. La faccia migliore. Mentre il capitano Schettino guardava dal molo del Giglio la sua nave in agonia, lui era ancora sopra, ad imbarcare i passeggeri nelle scialuppe, rischiando di pagare con la vita questo suo gesto. Una storia che tocca il cuore.
Giampedroni era l'Hotel director della nave, ovvero il responsabile dell'ospitalità di bordo. Uomo esperto di cose del mare, (è entrato alla Costa come macchinista quando aveva 18 anni) quando la nave ha oscillato ha subito capito che qualcosa di grave era successo. E quando il cuore entra in tumulto, il primo pensiero è per i propri cari. Nel caso, la mamma Giovanna (che era stata proprio la settimana scorsa in crociera sulla Concordia) e la compagna, un avvocato che vive a Roma. «Pronto Lucia? Sono Manrico: è successo un problema ma tu stai tranquilla. Stiamo evacuando le persone, adesso sto anch'io per salire col comandante su una scialuppa. Ti chiamo quando arrivo al Giglio». Le bugie colossali a volte son dette a fin di bene.
Di scendere dalla nave, infatti, Manrico proprio non ci pensava. Non rientrava nel suo codice naturale. «Lui ha iniziato da subito ad aiutare la gente a salire sulle scialuppe, cercando di evitare il caos», ha raccontato ieri il capo cuoco. E mentre da altre parti della nave si verificavano scene vergognose («Dicevo che ero incinta ma a nessuno sembrava interessare. Poi ho visto ufficiali sulle scialuppe mentre noi eravamo ancora sopra senza sapere cosa fare», ha denunciato Isabelle Mougin) lui è rimasto a compiere ciò semplicemente che gli dettava il senso del dovere. Un uomo. «Alla fine - è sempre il capo cuoco che parla - anch'io sono salito su una scialuppa. ‘Manrico, vieni?'. E lui: ‘No, andate pure, vado a vedere se davvero lì sotto non c'è più nessuno'». Il destino delle persone lo cambiano gli attimi.
GIAMPEDRONI è dunque di nuovo sceso dentro il ristorante. Forse la nave ha oscillato di nuovo, forse nel buio ha perso l'equilibrio. Fatto sta che è scivolato, fratturandosi una gamba e perdendo i sensi. Quando ha riaperto gli occhi, intorno c'era solo il buio e il gelo dell'acqua che riempiva a metà una sorta di corridoio. «Sentivo in lontananza i rumori dei soccorsi e ho iniziato a urlare, ma loro non potevano sentirmi». E non lo potevano sentire neppure i familiari, la compagna Lucia che attendeva invano la telefonata dal Giglio, e la mamma Giovanna, chiusa nella casa di Ameglia a pregare Iddio che avesse misericordia del proprio figlio.
La notte è passata così, e poi il giorno, e poi di nuovo la notte. Mentre i passeggeri della nave, quelli che lui aveva aiutato a salvare, tornavano lentamente alla normalità della vita, lui era sempre lì, prigioniero del suo destino. 36 ore chiuso nella stiva gelida di un gigante morente sono un'eternità. «Eppure io ci ho sempre sperato, sempre...».
ERA DUNQUE l'alba di ieri quando i vigili del fuoco, che scandagliavano la nave cercando tracce di vita, hanno intercettato il suo lamento. La vita che si riavvicina. Con cautela è stato imbracato, poi un elicottero lo ha condotto all'ospedale di Grosseto, dove i medici gli hanno diagnosticato una frattura esposta alla gamba sinistra e uno stato di ipotermia. «Ma non è in pericolo di vita». Alle 18, la telefonata alla mamma. Un filo di voce: «Si, ho fatto un po' tardi. Ma ora sto bene. Ho solo un piccolo problema a una gamba...». Che l'eroismo non ha mai bisogno di proclami o di far la voce grossa.
notizie tratte da La Nazione